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Cosa resta dopo il 1 maggio

di Eleonora D’arcangelo

Che tristezza.
Festeggiamo il primo maggio in una nazione dove il senso del lavoro è ormai totalmente scomparso. È davvero difficile per noi giovani costruire un futuro partendo da una situazione del genere. Non starò qui a parlare del problema della disoccupazione, che senza dubbio esiste e va risolto, o perlomeno arginato,il prima possibile: quello che mi preoccupa è ciò che pensa la gente del lavoro.

Sempre più spesso mi chiedo: cosa significa LAVORARE per coloro che mi circondano? Gli adulti che conosco sono SODDISFATTI dell’attività che svolgono? È vero che il lavoro NOBILITA l’uomo?

Intorno a me vedo tanti lavoratori infelici che hanno come unico scopo quello di arrivare a fine mese e che non smettono mai di lamentarsi. È deprimente.

Personalmente, non ho mai avuto grandi aspettative per il mio futuro lavorativo: già a 16 anni desideravo lavorare (ed in piccoli periodi dell’anno lo ho anche fatto),ma non c’è mai stato un lavoro che desiderassi fare più di ogni altro, non so bene perché. Sono fatta così: sono una persona che si adatta e poi ho sempre pensato che la mia felicità e la mia realizzazione non potessero essere legate ad un mestiere, ho sempre creduto che per essere davvero felice avrei avuto bisogno di qualcosa di molto più grande, tipo essere madre.

Quando incontro le persone però, la prima cosa che mi chiedono è quale lavoro mi piacerebbe fare tra qualche anno,quale università ho scelto e dove mi piacerebbe andare a vivere. (Come se questo fosse ciò che conta in una persona. Come se un pezzo di carta o qualche titolo facessero la differenza). Io rispondo che non c’è una professione precisa che desidero svolgere, che sono pronta a tutto, che voglio semplicemente studiare nel settore della moda e che ciò che voglio, prima di ogni altra cosa, è spostarmi il meno possibile e continuare a godere della mia meravigliosa Sperlonga.

La maggior parte delle persone rimane delusa: pochi riescono ad immaginare una vita felice con un lavoro mediocre ( se mai possa esistere un lavoro meno importante di un altro), senza un importante titolo di studio ed in un paese di 2000 abitanti. È per questo che l’Italia è in rovina. È
per questo che non potremo mai riprenderci da questa crisi.

Nessuno si ricorda più da dove siamo venuti, nessuno si ricorda più che l’Italia è diventata “grande” grazie ad un gruppo di uomini che è riuscito a farsi strada anche soltanto con la quinta elementare: nessuno si ricorda più cosa conta nella vita. A volte pensiamo che per un laureato sia d’obbligo trovare un buon posto di lavoro (che addirittura sia lo stato stesso a doverglielo fornire),oppure, che coloro che hanno studiato di più debbano ottenere maggiori remunerazioni. Io non penso che funzioni così.

Nel lavoro occorre sapersi reinventare ogni giorno, cercare di stare al passo con i tempi ed impegnarsi in ogni momento. Niente ci è dovuto. È giusto che in una carriera ci siano alti e bassi. Non mi piace il posto fisso. A me piacerebbe vivere nel rischio: a volte anche svegliandomi con il timore di non farcela, con quel brivido che solo l’incertezza ti sa dare, con quell’ adrenalina che ti fa crescere…che ti fa andare avanti. Non vorrei diventare nessuno di importante, vorrei solo farmi strada da sola, autonomamente, senza chiedere nulla alla mia nazione, ma,anzi, cercando di darle tutto quello che ho. Penso che sia di questo che ha bisogno l’Italia: di persone che abbiano un po’ più di coraggio e di voglia di migliorare, che abbiano la forza di rischiare non solo per realizzare i loro sogni, ma soprattutto perché è la cosa giusta da fare. Basta essere mediocri!

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