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Fattura elettronica, l’Italia risale la china

Non è stato un approccio semplice e c’è ancora molto da fare, ma il numero di imprese che in Italia usa la fatturazione elettronica è diventato uno dei più alti in Europa, grazie ai vantaggi del sistema e ai servizi offerti da società specializzate.

Il nuovo aggiornamento del Desi (Digital Economy and Society Index) ancora non promuove del tutto l’Italia, ma a guardare bene qualche motivo di ottimismo comincia a esserci, sul fronte dello sviluppo digitale del nostro Paese. Se infatti le percentuali di e-government, di utilizzo di internet e competenze digitali di base e avanzate sono piuttosto basse, c’è invece un parametro in cui abbiamo colmato il gap e anzi primeggiamo in Europa.

Ripartire dalla fatturazione elettronica. L’ultima classifica certifica i passi in avanti compiuti dall’Italia per colmare il divario con i Paesi più avanti nell’Ue sul fronte della digitalizzazione delle imprese; in particolare, il numero di imprese tricolore che utilizzano la fatturazione elettronica è attualmente salito al 30%, percentuale di molto superiore alla media dell’Ue (18%). Come spiegano gli esperti, il motivo di questo successo è da ricercare principalmente nell’obbligo introdotto dal Governo nel 2016 di trasmettere i dati delle fatture e dei corrispettivi per via telematica.

Convincere le imprese. Lo switch off completo ha portato in un solo mese le fatture digitali a passare da 500 mila a 2 milioni di unità, ma da solo l’obbligo di fatturazione elettronica ovviamente non basta a spiegare questo successo: altrettanto importante è stata la creazione di piattaforme in grado di supportare le esigenze delle imprese, un ambito in cui si fanno notare le performance di Danea, che ha sviluppato un programma per fatture semplice e intuitivo che aiuta le persone a capire concretamente che gli strumenti digitali rappresentano un supporto e un vantaggio.

Vantaggi diretti. Secondo i dati diffusi dall’Osservatorio Fatturazione Elettronica e Dematerializzazione della School of Management del Politecnico di Milano, ci sono benefici diretti derivanti dal passaggio dal processo “tradizionale” alla fatturazione elettronica: per la precisione, si guadagnano tra i 7,5 e gli 11,5 euro a fattura, per organizzazioni che generano un volume di fatture superiore alle tremila all’anno. Questo risparmio deriva dalla dematerializzazione di attività e operazioni per le quali occorreva l’utilizzo di manodopera “umana”, ovvero stampa e imbustamento delle fatture, interazione con il cliente, conservazione dell’archivio cartaceo, senza dimenticare il peso della burocrazia legata ai diversi passaggi autorizzativi al pagamento delle fatture.

Piccoli passi avanti. Dicevamo però che ci sono ancora molti passi da compiere sul fronte della digitalizzazione: se i dati sulle fatture migliorano, infatti, gli altri parametri non sono egualmente positivi. Nell’ultimo anno, il punto italiano nel Desi è aumentato appena dello 0,04%, grazie anche ai miglioramenti sul fronte dell’integrazione dell’Ict, della banda larga e sull’e-gov; troppo poco per guadagnare posizioni rispetto a Stati come Finlandia, Svezia e Norvegia che guidano la classifica europea (e mondiale) della digitalizzazione.

Zona retrocessione. L’Italia è ancora nelle retrovie della graduatoria annuale che fotografa la digitalizzazione nei 28 Stati dell’Unione europea, posizionandosi appena venticinquesima (e superando solo Grecia, Bulgaria e Romania): a trainare verso il basso sono ad esempio le voci sull’interazione digitale tra cittadini e amministrazione (che si ferma al 16%, livello di utilizzo tra i peggiori d’Europa) e sull’apertura delle Pmi all’online (solo il 7% si apre ai canali di vendita elettronici, e solo il 5% lo fa per l’estero).

Risalire la china. Spunti positivi come detto ci sono, e un’accelerazione in questa direzione potrebbe consentire all’Italia di colmare il gap con l’Ue per quanto riguarda la digitalizzazione delle imprese; oltre alla fatturazione elettronica, gli altri settori da cui ripartire sono l’erogazione online dei servizi pubblici, oggi scelta dall’86% delle PA del nostro Paese, e gli open data, utilizzati dal 52% degli enti. Ma solo coinvolgendo anche gli utenti e gli operatori si potrà risalire la china.

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